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AIOM, dal 30 ottobre all’1 novembre il XXII Congresso Nazionale. “RICERCA, ACCESSIBILITÀ E ORGANIZZAZIONE PER VINCERE IL CANCRO”

Il Presidente Giordano Beretta: “Sono i tre pilastri per garantire ai pazienti le terapie più efficaci e la sostenibilità del sistema”

I tre pilastri per garantire le migliori cure ai pazienti oncologici e per sostenere il servizio sanitario nazionale sono rappresentati dalla ricerca, dall’accessibilità e dall’organizzazione. Che rappresentano i tre temi centrali del XXII Congresso Nazionale AIOM, che si svolge dal 30 ottobre all’1 novembre in forma virtuale. “Dall’inizio del millennio, la ricerca scientifica ha consentito di modificare in maniera sostanziale il trattamento della maggior parte dei tipi di tumore – afferma Giordano Beretta, Presidente Nazionale AIOM -. Le acquisizioni in termini di biologia molecolare e di conoscenza del meccanismo di funzionamento del sistema immunitario hanno consentito lo sviluppo di farmaci a bersaglio molecolare o di anticorpi in grado di scatenare la risposta immunitaria. La capacità dell’ingegneria genetica di armare i linfociti contro particolari bersagli rappresenta una ulteriore possibilità di sviluppo di nuovi trattamenti. Al tempo stesso, è migliorata la capacità di selezionare i pazienti sulla base delle loro caratteristiche, non più solo su base clinica, ma, soprattutto, sulla caratterizzazione biologica delle loro cellule, anche se la strada da compiere su quest’ultimo fronte, in molti casi, è ancora lunga”. “Questi nuovi sviluppi consentono oggi di applicare in alcuni casi, auspicandone un impiego ancora maggiore nel prossimo futuro, trattamenti non più mirati sulla base dell’istologia bensì sulla presenza dell’alterazione molecolare responsabile della comparsa della malattia, con un cambio di prospettiva rilevante – continua il Presidente Beretta -. I rapidi progressi in ambito di ricerca devono, sempre più rapidamente, essere portati al letto del malato, perché si possano migliorare ulteriormente i risultati clinici, che già oggi appaiono mediamente migliori rispetto a quanto si otteneva nel secolo scorso”.

In Italia, infatti, grazie anche alle nuove terapie, si è registrato un aumento della sopravvivenza a 5 anni sia negli uomini, passando dal 39% (1990-94) al 54% (2005-2009), che nelle donne (dal 55% al 63%). Considerando le singole neoplasie, sono notevoli i progressi ad esempio nel tumore del polmone, in cui l’unica opzione, fino a un decennio fa, era costituita dalla chemioterapia, che non offriva risultati soddisfacenti. Oggi invece, vi sono molte nuove armi disponibili per specifiche forme di carcinoma polmonare. Il panorama terapeutico si è ampliato anche nel tumore del rene e nel melanoma. Purtroppo restano ancora patologie, come il cancro del pancreas, con sopravvivenze insufficienti a 5 anni e i maggiori sforzi della ricerca devono essere indirizzati proprio in quella direzione.

Il secondo pilastro è costituito dall’accessibilità. “Occorre creare un sistema che consenta l’accesso ai trattamenti innovativi a tutti i pazienti che se ne potrebbero giovare – afferma il Presidente AIOM -. L’accessibilità ai farmaci diventa quindi un pilastro fondamentale per la sfida dell’oncologia dei prossimi anni. Tutto ciò ha però dei costi, che sono sempre più rilevanti e che rischiano concretamente di rendere insostenibile il sistema. Appare quindi indispensabile attuare modalità di governo del sistema che, basandosi su una organizzazione ottimale, possano consentire di ottenere il massimo dalle risorse disponibili”. Oggi in Italia, accanto al Servizio Sanitario Nazionale, convivono 19 Regioni e 2 Province autonome, che presiedono altrettanti comitati che valutano il recepimento del farmaco nelle strutture sanitarie del loro territorio. Nella maggior parte delle Regioni è presente un prontuario terapeutico regionale vincolante. “Per ridurre le differenze nell’accesso ai farmaci, devono essere superati i prontuari terapeutici regionali, che aggiungono uno step nell’iter, già di base lungo, di approvazione e recepimento del nuovo farmaco, prima che quest’ultimo sia realmente disponibile per il paziente – sottolinea Giordano Beretta -. Assistiamo a situazioni in cui l’accesso a una terapia è possibile per pazienti di una Regione ma non per quelli di una Regione contigua. Queste discrepanze riguardano anche l’accesso ai test genomici, che possono aiutare a decidere se aggiungere la chemioterapia alla terapia ormonale dopo la chirurgia, nelle donne colpite da tumore del seno. Ad oggi, solo la Lombardia e la Provincia Autonoma di Bolzano ne hanno approvato la rimborsabilità. Diverso il problema relativo ai tempi di approvazione delle nuove molecole da parte dell’Agenzia Italiana del Farmaco, perché la discussione sulla reale innovatività dei trattamenti non può prescindere dal confronto fra le parti coinvolte”.

Il terzo pilastro è costituito dall’organizzazione, che permette di strutturare le reti oncologiche regionali creando un forte legame sia con il territorio che fra i diversi centri. L’esperienza della pandemia, che ha segnato anche l’assistenza oncologica, ha evidenziato ancor più la necessità del collegamento fra ospedale e territorio, indispensabile per evitare il collasso del sistema sanitario. “La gestione multidisciplinare e la diffusione delle reti oncologiche – spiega Giordano Beretta -, fino ad una ‘rete delle reti’ per le patologie più rare, può ottimizzare percorsi e risultati e attraverso questa strada, che comprende la riduzione degli accertamenti e dei trattamenti inutili, la battaglia contro la medicina difensiva, l’integrazione con percorsi di prevenzione e di gestione della fase terminale di malattia, il sistema sanitario può mantenere il suo ruolo universalistico, garantendo l’accesso di tutti i pazienti ai trattamenti migliori”.

Sono 377.000 le nuove diagnosi di cancro previste, nel 2020, nel nostro Paese. Il 40% dei casi può essere evitato seguendo uno stile di vita sano e aderendo ai programmi di screening. Nei primi 5 mesi del 2020, in Italia, a causa della pandemia sono stati eseguiti circa un milione e quattrocentomila esami di screening in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. “Questi ritardi – conclude Giordano Beretta - potrebbero determinare un aumento della mortalità per cancro nei prossimi anni, perché molte neoplasie saranno individuate in fase più avanzata, con conseguenti minori probabilità di guarigione e necessità di maggiori risorse per le cure. Un’organizzazione basata sulle reti diffuse su tutto il territorio avrebbe sicuramente consentito un riavvio immediato dei programmi di screening, in alcuni casi ancora fermi solo per ostacoli di carattere amministrativo o per mancanza di personale per far partire gli inviti”.